
"secondo la leggenda, lester young, giunto al termine dell'esistenza, parlava solo con i morti. si era inventato un linguaggio tutto suo - o tutto loro... e alla fine aveva capito tutto, anche le cose più sgradevoli, quelle che uno preferirebbe non avere mai saputo. la leggenda aggiunge che, un bel giorno, colui che i suoi pari riconoscevano come il più grande sax tenore della sua generazione, colui che tutti chiamavano 'presidente', se ne andò solo soletto, senza lasciare nulla alle sue spalle, a parte qualche frase pudica e tenera, dal contenuto tragico e dall'ammirevole perspicacia disillusa, da cui traspariva, a stare attenti, la splendida e pacata amarezza che è la tremenda prerogativa di coloro che, fin dall'inizio, hanno capito che non ne avrebbero fatta molta, di strada..."
è l'incipit fulminante di "quelli che restano", di hugues pagan, un noir pubblicato da meridiano zero. ne ho trovata una copia, ieri, con la vecchia copertina, in puro stile blue note. promette bene. benissimo.
2 commenti:
la prima volta l'ho letto cinque o sei anni fa.
"- ma il tempo passa, tutto qua... e ci porta con sè."
ricordavo il sapore dolce e ferroso, lo sfasamento ambientale di una Parigi/newyorkese, le buone soluzioni visive e tanta musica Jazz, quella dei grandi.
- ma non tutti... ci sono quelli che restano"
tu mi hai fatto tornare la voglia di ri-ascoltarlo, di osservare la copertina, di farlo girare ancora una volta.
E come nei buoni e vecchi dischi, ogni volta è meglio...
l'amore per Billie, l'ostinato tentativo di comprendere, i nomi dei gatti della sua vita, la visione nuda e cruda da chi è dall'altra parte.
In questa calda giornata, una folata di vento mi ha portato fino a pagina 53, e la serata si annuncia fresca.
Una su tutte:
"sono entrate due zoccole in stivaloni, e gli ho tenuto aperta la porta.
Dopo tutto, l'avevo fatto anche per dei ministri, quando lavoravo nelle scorte..."
suona troppo bene.
Mi annoto la dritta, amando the Prez non potrei evitare di pensarci e ripensarci fino a missione acquisto compiuta.
Di Pagan ne avevo letto solo uno preso come primo libro della casa editrice Meridiano zero, ad una mostra, qualche anno fa, tutto mi attraeva, titolo, autore, vita rocambolesca ed inquieta dello stesso.
Le premesse erano buone, anche la verifica poi lo è stata.
Un libro-ballad, un intimissimo, quasi metafisico viaggio parallelo tra la realtà notturna e cruda di un noir francese fino al midollo eppure non " geograficamente scontato", un poliziotto dai toni quasi crepuscolari, un uomo avvinto ed avvolto dalla melanconia, vestito di un distacco amaro e allo stesso tempo appassionato, è un blues, c'è poco da fare, è un blues.
Come al solito ho deragliato, mi si perdoni (o per lo meno mi si tolleri!)
Tutto ciò per ribadire che Pagan è sicuramente meritevole di approfondimenti
dinah-velia-ross (introversamente)
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