martedì 27 maggio 2008

rip

passata del tutto sotto silenzio (da noi) la morte di wilfrid mellers, geniale musicista e musicologo inglese (un coccodrillo sull'independent e uno sul guardian)
il suo "musica nel nuovo mondo". scritto nel '64, e pubblicato in italia da einaudi quasi un decennio dopo, ha aperto enormi riflessioni sul modo di fare critica.
indimenticabile.

è più facile





in verità, dovrei lavorare, ma mi scappa di raccontarvi un'altra storiella: se avete letto il post di domenica, quello sulle sculture di brancusi, saprete di cosa parlo.
le sculture di brancusi, cioè, sbarcate sul suolo statunitense, furono considerate, dagli zelanti doganieri, non come opere d'arte, ma come oggetti qualsiasi, normali utensili. arnesi, insomma.

immaginate, allora, cosa dovette provare james harvey, artista di un certo talento che si guadagnava da vivere facendo il grafico part-time, quando entrando alla stable gallery di new york (era l'aprile del '64), si trovò di fronte a riproduzioni serigrafate della sua opera, le scatole delle pagliette d'acciao Brillo. erano accatastate, come in un qualunque deposito, secondo la visione di andy warhol, che firmava quella come altre opere esposte.

warhol, all'epoca, aveva già fatto parlare di sé. celebre un'intervista televisiva nella quale, all'intervistatrice che gli chiedeva ragione del perché avesse copiato un oggetto comune, rispose: "perché è più facile". era più facile, dunque, raccogliere in un'esposizione una serie di scatole e marchi da supermercato, rielaborarle (le brillo box erano alte settanta centimetri), e trasformarle in opere d'arte.

ora, non vi sarà sfuggito il sottile paradosso. i nostri amici doganieri, quarant'anni prima avevano negato lo statuto di opera d'arte a un oggetto che non imitava nulla, che non rappresentava nulla se non una nuova idea di raffigurazione astratta. quarant'anni dopo un oggetto realmente comune (o la sua imitazione), come una scatola di pagliette d'acciaio, viene esposto in un museo e considerato un'opera d'arte.

cos'è, allora, che determina la trasformazione di un oggetto quotidiano in opera d'arte? perché, in altre parole, gli occhi di john harvey vedono una semplice brillo box e quelli dei visitatori della mostra, e di andy warhol, un'opera d'arte?

a cercare una risposta a quelle domande è stato, tra gli altri, uno dei tanti visitatori della mostra alla stable gallery. e ancora le sta elaborando, visto che il ragionamento sulla brillo box lo ha portato a costruire una poderosa riflessione sulla filosofia dell'arte contemporanea. arthur coleman danto, uno dei maggiori filosofi del nostro tempo, ha scritto molto sull'argomento, partendo proprio dalla considerazione che due oggetti identici avessero statuto diverso. ne parla, ad esempio, nell'appena tradotto "l'abuso della bellezza", la cui prefazione potete leggere qui.

e james harvey? purtroppo morì l'anno dopo, per un tumore. lo scorso luglio la rivista print magazine gli ha dedicato un bell'articolo. era un bravo artista, harvey. e lo voglio ricordare mostrandovi una suo quadro.
le scatole le aveva lasciate agli altri.

domenica 25 maggio 2008

cosiddetta moderna




un altro saggio che tengo sul comodino è “l’arte del ventesimo secolo”, einaudi, di denys riout. bellissima la premessa, nella quale l’autore racconta un fatto assai significativo. negli anni venti le leggi statunitensi prevedevano una tassa sull’importazione di prodotti manifatturieri, ma garantivano la libera circolazione delle opere d’arte. quando, il 21 ottobre 1926, sbarcarono al porto di new york una ventina di sculture realizzate dall’artista constantin brancusi i doganieri si trovarono ad affrontare l’imbarazzante dilemma: è arte o non è arte? Quegli oggetti, cioè, non avevano ai loro occhi le caratteristiche dell’opera d’arte. Quindi li tassarono come fossero un qualunque altro arnese da far entrare sul suolo americano.

le opere raggiunsero finalmente la brummer gallery e qui l’opera “l’uccello nello spazio” (che vedete in alto) fu acquistata dal celebre fotografo e collezionista edward steichen. Il problema, però, fu che lo stesso steichen, proprio per la tassa applicata dai doganieri di cui sopra, avrebbe dovuto pagare, oltre al prezzo dell’opera, i diritti di dogana. Per l’acquirente si trattava evidentemente di un’opera d’arte, e come tale avrebbe dovuto godere di libera circolazione. In breve, steichen – come si suol dire – adì le vie legali e, un anno dopo, tutti si ritrovarono in tribunale.

cito dal libro:

"la legislazione americana dava allora una definizione restrittiva delle opere di scultura: tagliate o modellate “a imitazione dei modelli naturali”, esse inoltre dovevano essere originali – vale a dire non prodotte in serie -, essere realizzate da un “artista professionista” e, in ultimo, essere prive di funzioni pratiche".

insomma, dopo un dibattimento a tratti esilarante (raccontato nel volume "brancusi contre etats-units. une procès historique" di adam biro) il verdetto diede ragione a steichen, e brancusi, con queste parole:

"noi riteniamo che la giurisprudenza più antica non avrebbe inscritto l’oggetto in questione nella categoria delle opere d’arte (…) nel frattempo, tuttavia, si è sviluppata una tendenza artistica cosiddetta moderna, i cui fautori mirano a rappresentare idee astratte più che a imitare oggetti naturali (…)".

molto istruttivo.

topo di biblioteca



dopo aver comprato "firmino", qualche settimana fa, a firenze, avevo iniziato a detestarmi. era stato un acquisto dettato dalla pubblicità (il giorno prima sulla prima pagina di repubblica un pezzo di citati sul topo mangialibri, che non avevo neanche letto), dal trambusto che si era creato attorno a questo libro. e io l'avevo comprato come un pollo di batteria, pronto per essere convinto a comprare qualsiasi altra cosa, dal detersivo al rifugio antiatomico.

ieri notte, quando l'ho finito, mi sono odiato molto meno. perché il topo firmino merita di stare sui nostri comodini tutta la vita.

e infatti lo lascio lì.

sabato 24 maggio 2008

bianco

un tocco di bianco al blog, per rendere tutto più leggibile. fuori c'è luce. l'aria respira. anche le parole.

il barman nel tunnel


sul comodino, naturalmente, non tengo solo narrativa, ma anche saggi. quando leggo saggi, però, normalmente mi dico che non sto leggendo, ma studiando. tra la lettura e lo studio, appunto, sul comodino ho l'ennesimo geniale libro di maurizio ferraris, filosofo e ontologo di chiarissima fama (nonché blogger: uno è questo: babbonatale.spazioblog.it/). si intitola "il tunnel delle multe", einaudi, ed è una sorta di dizionario filosofico, estremamente profondo senza essere inavvicinabile, divertente.

cito dalla voce barman:
aibes: cioè, associazione italiana barmen e sostenitori. cosa sia un barman lo si sa. ma chi possa essere un sostenitore di barman è meno evidente.

parole sante.

venerdì 23 maggio 2008

morti bianche

l'italia è una repubblica sfondata sul lavoro.

giovedì 22 maggio 2008

comodino (2)

ho tirato via dal comodino anche "le porte dell'inferno", di silvio mignano, edito da fazi, ma non sono riuscito a finirlo: mi sono arenato a metà e, sebbene avesse qualche buono spunto, l'ho mollato.



non ho mollato, invece, "una piccola storia ignobile" di alessandro perissinotto, rizzoli. primo episodio che vede come protagonista la psicologa anna pavesi, alle prese con la sparizione di un cadavere. noir garbato, misurato nella scrittura ed efficace nella costruzione, secca ed essenziale. è la nouvelle vague del noir italiano: detective che nella vita fanno altro (come la prof dei polizieschi della oggiaro), stile asciutto (al contrario di quello ampolloso di patrick fogli), con uno sguardo addirittura bonario sulla realtà.

molto poco reale, ma di grande, enorme successo, è l'intricatissimo "w." di jennifer lee carrell, la risposta a base di inediti shakespeariani al codice da vinci. talmente intricato, però, che alla fine ho iniziato a perdere il filo, e l'interesse.

non pone questi problemi "le donne del club degli omicidi", quarto atto del club degli omicidi al femminile firmato da james patterson. è, anzi, piuttosto prevedibile, ma non manca di un certo garbo.



infine, unico romanzo-romanzo che tolgo dal comodino è l'eccellente esordio del giovanissimo paolo giordano, "la solitudine dei numeri primi", mondadori, un romanzo dolente e scuro, una storia di solitudini che si sfiorano, di esistenza mancate sempre sull'orlo dell'implosione. giordano ha una scrittura precisa, esatta, e trova (quasi) sempre la soluzione lessicale migliore. un grande esordio.

ora sul comodino metto "sicilian tragedi", di ottavio cappellani, mondadori; "il principe dei ladri", di chuck hogan, piemme; "firmino", di sam savage, einaudi.

vi dirò.

comodino

in attesa che tornino le parole, e che finiscano i giri di campo (pant pant), prendo in prestito parole altrui. non potendo fare il cambio di stagione - come fanno quelli che hanno un capo d'abbigliamento per ogni grado centigrado di temperatura, e relative combinazioni - io cambio il comodino: ovvero, lo svuoto dai libri che ho letto e ne impilo altri, che leggerò nelle prossime notti.



stasera ho tirato via i libri letti di recente (letti completamente, voglio dire; altri restano lì perché li percorro a bocconi, a morsi, a strattonate). gialli, essenzialmente, sebbene la definizione sia imprecisa e, tutto sommato, poco significante. bello "l'ultima estate di innocenza", scritto da patrick fogli per piemme. non avevo letto il suo primo romanzo, ma le recensioni (soprattutto una sul domenicale del sole24ore) erano di altissimo profilo. e il libro è bello: teso, articolatissimo, molto ben costruito. ha un meccanismo corale: personaggi apparentemente lontani che col passar delle pagine entrano in questa terribile fotografia, e nerissima. magari ci torniamo, perché a non convincere è la scrittura di fogli. troppo lungo e ampolloso il testo: un buon lavoro di editing lo avrebbe ridotto di un quarto e reso il libro irresistibile.

michael connelly l'ho anche intervistato, qualche tempo fa. intervistato è una parola grossa: mi sono limitato a mandare una lista di domande al suo ufficio stampa, e dopo qualche giorno ho ricevuto le risposte. connelly è uno bravo a fare il suo mestiere; e il suo mestiere è scrivere thriller senza cedimenti o allentamenti della tensione. "la ragazza di polvere" vede ancora una volta protagonista harry bosch, che rientra in servizio dopo tre anni di congedo e viene assegnato al reparto dei casi irrisolti. la mano di connelly mantiene un buon ritmo, ma bosch sembra stanco, come il suo autore.

(continua)

martedì 20 maggio 2008

sembra facile

ma non lo è. manca come una sorta di allenamento allo scrivere quotidiano, come se bisognasse prima fare trenta giri di campo e poi iniziare a calciare il pallone. proprio io che a pallone non ho mai giocato.
questi, però, sono i miei giri di campo. rompo il fiato.
mi alleno.

lunedì 19 maggio 2008

si riparte

dopo appena un anno torno a scrivere sul blog. stapperò, per l'occasione, una bottiglia di minerale, quella buona.
c'è bisogno di parole.