giovedì 24 luglio 2008

if i were a bell. aka: a day in the life (of red garland)


da tre anni, e ancora per poco, vivo praticamente sotto la torre campanaria del borgo. quando il campanile suona - e lo fa ogni mezzora, dalle sette e mezza del mattino alle otto e mezza di sera - se solo ne avessi, tremerebbero bicchieri e cristalliere. non è tanto il rimbombo delle due campane, che pure mi suonano a tre metri, in linea d'aria, dalla testa: se così fosse, dovrei svegliarmi ogni mattina al primo rintocco (sette e mezza), e non succede; ormai mi sono assuefatto,e volendo riesco anche a non sentirle. il guaio è il rumore sordo prodotto dal meccanismo che fa oscillare le campane: quello sì è piuttosto sinistro, e poco piacevole. alle campane ci si abitua; anche la micia l'ha fatto. forse.

ho cominciato, però, ad affrontare il problema dal giusto verso soltanto in questi ultimi mesi. ho, cioè, usato l'ironia. l'ironia (dal greco: ironiòs - direbbe la porta/guzzanti - che vuol dire: sàggèzzà) serve a disarmare una situazione pericolosa, a renderla innocua attraverso lo straniamento, la delocalizzazione cognitiva. certo, ho impiegato del tempo, ma l'importante era arrivarci.

tutta quest'ironia, insomma, l'ho manifestata una di queste mattine. ve l'ho detto: da tempo dormo poco; meglio, dormo male. il mio ritmo veglia/sonno, per dirla con un eufemismo, fa le bizze, tanto che l'ho rinominato "circo adiano". come in ogni buon circo che si rispetti ci sono acrobati e trampolieri, tigri ed elefanti, clown e pagliacci; e ognuno fa quel che gli pare, col risultato che per un intero periodo sono andato a letto alle sei del pomeriggio svegliandomi alle quattro del mattino successivo.

insomma, una di queste mattine - (one of these morning, sembra l'attacco di un blues) era presto, e s'avvicinava minaccioso il rintocco delle sette e mezza, ed ero già sveglio da un po' - ho anticipato la campana mettendo nel lettore "if i were a bell", suonata dal quintetto di miles davis e contenuta in quel classico dei classici che è "relaxin' with the miles davis quintet". non la ascoltavo da tempo. meraviglia.

come sapete, il materiale per quel disco fu inciso tutto in un giorno, il 26 ottobre 1956, durante il quale, in verità, miles e i suoi (john coltrane, paul chambers, philly joe jones e red garland) incisero dodici brani, sei dei quali finirono su "relaxin'" (e gli altri? chi indovina vince premi e cotillons). l'undici maggio precedente, il gruppo ne aveva incisi altri quattordici completatando l'onere contrattuale con la prestige, prima di passare (ufficialmente; ufficiosamente avevano già iniziato a registrare) alla columbia. in tutto ventisei pezzi, tutti tranne uno incisi alla prima take.

già il tema, come spesso in quel periodo del quintetto, è un gioiello di perfezione, di relax, di swing. a partire da come miles stacca il tempo (con lo schioccare delle dita) e la precisione con la quale gli altri musicisti si impossessano della scansione e la incorporano nell'esecuzione. (avete fatto caso alla differenza tra il rock e il jazz? nel rock, il tempo viene staccato molto più bruscamente, e senza troppi fronzoli: il tempo binario costruisce la sua solidità prendendo terra; nel jazz, invece, il leader impiega due, o quattro, come miles in questo caso, a volte otto misure a vuoto per indicare il tempo ai compagni: serve a dar loro il tempo di acclimatarsi, di sincronizzare il respiro, i battiti). la spinta viene catturata da red garland, il pianista, per il primo tocco di classe: le campane del big ben, il cui disegno è tratto dal motivo di "i know that my redeeeer liveth", un'aria di george frideric handel. siamo in tema di campane, e non c'è citazione più gustosa.

l'esposizione procede con la olimpica genialità di quel gruppo: ogni singolo secondo contiene un gioiello di interplay, di spettacolari automatismi, di improvvise soluzioni: quelle cose, insomma, che fanno gridare al miracolo. eccolo, il tema di if i were a bell. 32 misure, abac. (nei soli la forma cambia leggermente).


la rete di suoni e condotte che si stabilisce tra i quattro (coltrane non suona il tema) è incredibile; ancor più lo è il modo in cui i musicisti della sezione ritmica reagiscono l'uno agli stimoli dell'altro; se la reazione fosse in tempo reale avvertiremmo un piccolo scarto, seppur microscopico; invece nulla: come se ciascuno sapesse cosa l'altro stesse per fare.

in questo fiorire di meraviglie, una in particolare è appassionante: intanto, perché l'idea è perfetta, per collocazione, esecuzione, economia e semplicità; poi, perché sembra un piccolo chiodo fisso di red garland, il campanaro. alla fine della sezione b, quanto il tema ripiega sulla a, garland suona una nota, una sola nota: una nota singola, che ha la leggerezza di una piccola campana in lontananza. se vi è sfuggita, eccola:


sentito? garland approfitta del vuoto per appoggiare questo do scampanellante (sono due, in realtà, a distanza di un'ottava), morbidissimo, lontano. un'idea bella, chiara, perfettamente leggibile.

tanto chiara e leggibile che al nostro red garland doveva essere piaciuta molto. la ripete almeno due volte. la prima alla fine del solo di miles:


la seconda prima della riesposizione finale del tema:


quest'ultima ha una potenza ancora maggiore. le altre erano piazzate sul secondo quarto della battuta: questa, invece, cade sul levare del quarto movimento, dando al flusso musicale una spinta dinamica formidabile.
note singole, scampananti, come brillanti gemme sonore che emergono dalla nebbia. non ci crederete, ma garland ne infila altre due nella riesposizione finale del tema. (procuratevi il disco, e provate a rintracciarle).

quello stesso giorno, però, a garland l'idea gli stava scavando un piccolo solco nel cervello, come un tarlo che lo costringeva a riempire lo spazio con gesti sparuti, suoni isolati, rintocchi pudichi. lo fa anche in "oleo", brano sul quale sto scrivendo un saggio che prima o poi finirò.

in quel particolare giorno della sua vita, dunque, red garland suonava e sentiva campane dappertutto. chissà se pure lui viveva sotto una torre campanaria...

venerdì 18 luglio 2008

sedia (cadere dalla)

giorni fa mi arriva il solito pacchetto di cd dagli states. avevo comprato materiale d'archivio, sostanzialmente, più qualche sfizio. uno di questi è un disco della cantante brasiliana ithamara koorax: da noi non molto famosa, ma non priva di fascino e, quando non esagerano in cabina di regia col riverbero, di suggestiva grana vocale. metto il cd e - come sempre faccio, non solo per diporto, ma anche quando devo recensire - non leggo nulla (brani, relativi autori, musicisti): mi aiuta a concentrarmi sulla musica. mentre faccio altro (non devo recensirlo!) mi arriva questo (è la seconda, e ultima, esposizione del tema):


quasi cado dalla sedia. è meraviglioso, e lei ha un vibrato estremamente rapinoso. però mi ricorda qualcosa. prendo il booklet e leggo che questa "i loved you", il cui testo è ricavato da una poesia di puskin, è stata scritta da claus ogerman. mi dò il classico schiaffo sulla fronte. ecco perché mi ricordava qualcosa. vado allo scaffale, cerco ogerman (ci metto un po', quei normali tre quarti d'ora: tengo i dischi, e i libri, in ordine rigorosamente sparso...) e trovo l'antologia "a man and his music". ecco la versione suonata dal compositore medesimo (la voce è di marilyn schmiege):


però c'è ancora qualcosa che mi sfugge. il brano è il medesimo, ma l'arrangiamento assolutamente no. e io quell'arrangiamento per piano e voce, con gli accordi scanditi come quadri di un'esposizione, li ho già sentiti. poi ci arrivo. ascoltate:


è barbra streisand, una delle più belle voci femminili del secolo (scorso). incise questa versione (su cui quella della koorax è ricalcata) in un disco bruttarello intitolato "classic barbra".

a volte, basta poco per cadere dalla sedia.

giovedì 17 luglio 2008

muppets

ve la devo raccontare. accade al tempo della preparazione di "the blues brothers". 1979. giorno più giorno meno.

Belushi e Akroyd avevano già iniziato a proporre la loro geniale reinterpretazione dei due bluesmen nel celeberrimo show televisivo Saturday Night Live e, pensando con Landis alla trasposizione sul grande schermo, contattarono James Brown, Aretha Franklin, Ray Charles e gli altri. Fu a quel punto che venne loro in mente John Lee Hooker, il quale, all’epoca, si esibiva al Lone Star, un club di New York del quale Belushi conosceva il proprietario, Mort Cooperman. Fu proprio Cooperman a portare la star televisiva nel retropalco e a presentargli Hooker, che non riconobbe affatto Belushi. Cooperman disse: “Sai, lui è una celebrità televisiva”. Hooker, allora, abbassò gli occhiali scuri, squadrò Belushi e gli fece: “Ma chi sei, uno dei Muppets?”.

il futuro


in un suo post di qualche tempo fa, il grande howard mandel esordiva dicendo: ho ascoltato il futuro nella forma del trombettista igmar thomas & the cypher con l'mc raydar ellis.

più modestamente, l'altra sera, a perugia, io ho ascoltato il congiuntivo (futuro mi pare troppo impegnativo) nella forma del pianista del gruppo di cassandra wilson. si chiama jonathan batiste, ha 22 anni, e tra due-tre anni ho come la sensazione che non vedrà più nessuno. un fenomeno.

martedì 15 luglio 2008

assente


vi (e mi) devo delle scuse: latitano nuovi post e il blog langue. mi dispiace. la colpa, naturalmente, è delle cavallette (per citare jake e elwood), e di un altro paio di cose che sto facendo in questi giorni (settimane, mesi). un po' di pazienza, e si ricomincerà a pieno regime (e non mi riferisco al governo, malpensanti!).

intanto: finito "bad chili" (ci vuole poco: se si è presi, lo divorate) ho approfittato della simpatica iniziativa dell'einaudi - il 30% di sconto sulla collana stile libero - per completare la serie che lansdale ha dedicato a hap e leonard. temo che li divorerò nei prossimi giorni. nel frattempo, ho letto "reati capitali", di joseph finder, un legal thriller la cui orribile copertina mi guardava minacciosa dal 2005 (scrivo sempre sui libri dove e quando li ho comprati). niente di che, va detto, nonostante la rece del kirkus review parlasse di un finale sconcertante: come andrà a finire - se nella vita si sono letti tre libri del genere - lo si capisce a metà, ma forse i ragazzi di kirkus amano lasciarsi stupire, e hanno conservato la giusta ingenuità rispetto alle cose della vita e del legal thriller. beati loro.

giovedì 10 luglio 2008

disclaimer

come avrete visto, in fondo alla colonna di destra ho inserito un disclaimer, in base al quale mi impegno a pubblicare sul blog spezzoni, o riassunti, di immagini e musiche per fini educativi, di critica, commento, confronto.

le notizie - buone o cattive? dipende - sono che a breve, grazie alle dritte di roberto, sarò in grado di postare musica, e chiacchierarne insieme. e che, sebbene sia passata sostanzialmente sotto silenzio, la modifica dell'articolo 70 della legge sul diritto d'autore (che, come molti non sanno, risale al 1941, legge 633), avvicina - con ancora troppe incertezze -, la disciplina del diritto d'autore relativamente a internet a quella dei paesi civilizzati. la modifica di cui sopra, approvata prima del natale precedente, è solo un primo passo. nei cassetti del ministero giace una interessante bozza di revisione della legge 633, la cosiddetta bozza gambino, che è scaricabile dal sito della camera. il nuovo governo, e il nuovo ministro, non mi pare abbiano prospettato modifiche o interventi, per cui andremo avanti così ancora per un po'.

di grottesco, converrete, c'è la pruriginosissima idea della qualità di riproduzione: bassa, o degenerata (il testo dice: degradata, che è addirittura peggio). io mi limiterò a postare brevi estratti, un minuto, poco più, ma di buona qualità.

ne sentiremo delle belle.

tortura e copyright (2)

se voi foste david gray (un cantante, non lo conosco) e vi dicessero che un vostro pezzo, "babylon", è tra i più usati per piegare la resistenza di presunti pericolosi terroristi internazionali in un carcere di massima sicurezza adibito a sala torture, come la prendereste?

il povero non l'ha presa bene, almeno secondo quanto ha dichiarato alla bbc.

tortura e copyright (1)

parleremo molto di diritto d'autore, nei prossimi post. ma la notizia del giorno è che un influente esperto e studioso di simili questioni ha sollevato il dubbio che le forze armate americane debbano pagare le royalties agli artisti dei quali utilizzano le composizioni per spararle a tutto volume nei padiglioni auricolari dei detenuti, a scopo di tortura.

la notizia, riportata dal guardian - come al solito: uno dei quotidiani più puntuali e interessanti del globo - prende le mosse dal post pubblicato sul suo blog da howard knopf.

verrebbe da farlo, ma c'è veramente poco da ridere.

hap e leonard


prometteva benissimo, e molto ha mantenuto, "quelli che restano", di hugues pagan. per sciacquarmi di dosso il fumo delle sigarette e quella certa disillusione esistenziale, e tutto, tutto il dolore di vite deragliate, mi affido ad hap collins e leonard pine, la coppia di detective creata da joe r. lansdale.

avevo letto "il mambo degli orsi", spettacolare, poi li ho persi un po' di vista. ieri notte il gran ritorno, e le prime cinquanta pagine di "bad chili" sono tra le più divertenti, comiche, politicamente scorrette e irresistibili che abbia mai letto. anche questo promette che meglio non si può.

mercoledì 9 luglio 2008

douglas



daniele e chiara, da londra, mi hanno mandato via cellulare quest'immagine. è la tomba di douglas adams, uno dei miei scrittori preferiti. di lui ho sempre - dico: sempre - un libro sul comodino, "il salmone del dubbio", che ne raccoglie, oltre all'ultima versione, incompleta, dell'ultima avventura di dirk gently, scritti vari ed eventuali, frammenti di riflessioni, idee, visioni.

douglas adams è morto nel 2001. aveva quarantanove anni, ma già da molto non scriveva quasi più. gli costava fatica scrivere romanzi, diceva. era l'unico scrittore al mondo cui scrivere non piaceva più. era diventato il più grande esperto planetario di scadenze impossibili.

questo blog è nato pensando a douglas adams, al sibilo delle scadenze che ti passano accanto, alla fatica di scrivere.

rip.

sabato 5 luglio 2008

fulminante


"secondo la leggenda, lester young, giunto al termine dell'esistenza, parlava solo con i morti. si era inventato un linguaggio tutto suo - o tutto loro... e alla fine aveva capito tutto, anche le cose più sgradevoli, quelle che uno preferirebbe non avere mai saputo. la leggenda aggiunge che, un bel giorno, colui che i suoi pari riconoscevano come il più grande sax tenore della sua generazione, colui che tutti chiamavano 'presidente', se ne andò solo soletto, senza lasciare nulla alle sue spalle, a parte qualche frase pudica e tenera, dal contenuto tragico e dall'ammirevole perspicacia disillusa, da cui traspariva, a stare attenti, la splendida e pacata amarezza che è la tremenda prerogativa di coloro che, fin dall'inizio, hanno capito che non ne avrebbero fatta molta, di strada..."


è l'incipit fulminante di "quelli che restano", di hugues pagan, un noir pubblicato da meridiano zero. ne ho trovata una copia, ieri, con la vecchia copertina, in puro stile blue note. promette bene. benissimo.

giovedì 3 luglio 2008

l'arpa in cantina

ieri stavo rivedendo alcune sequenze di "the blues brothers", la geniale pellicola di john landis che racconta le gesta dei fratelli jake e elwood blues. durante la conversazione in orfanotrofio con curtis (cab calloway), elwood ricorda di quando lo stesso curtis gli cantava le canzoni di elmore james e suonava l'arpa in cantina.

l'arpa in cantina? strano, no? e, infatti, è un formidabile svarione del traduttore: harp, naturalmente, significa arpa, ma nel gergo del blues armonica a bocca. la frase originale, peraltro, non si prestava a essere fraintesa: "singing elmore james tunes and blowing the harp for us down there".

come si fa a soffiare in un'arpa?