giovedì 24 luglio 2008

if i were a bell. aka: a day in the life (of red garland)


da tre anni, e ancora per poco, vivo praticamente sotto la torre campanaria del borgo. quando il campanile suona - e lo fa ogni mezzora, dalle sette e mezza del mattino alle otto e mezza di sera - se solo ne avessi, tremerebbero bicchieri e cristalliere. non è tanto il rimbombo delle due campane, che pure mi suonano a tre metri, in linea d'aria, dalla testa: se così fosse, dovrei svegliarmi ogni mattina al primo rintocco (sette e mezza), e non succede; ormai mi sono assuefatto,e volendo riesco anche a non sentirle. il guaio è il rumore sordo prodotto dal meccanismo che fa oscillare le campane: quello sì è piuttosto sinistro, e poco piacevole. alle campane ci si abitua; anche la micia l'ha fatto. forse.

ho cominciato, però, ad affrontare il problema dal giusto verso soltanto in questi ultimi mesi. ho, cioè, usato l'ironia. l'ironia (dal greco: ironiòs - direbbe la porta/guzzanti - che vuol dire: sàggèzzà) serve a disarmare una situazione pericolosa, a renderla innocua attraverso lo straniamento, la delocalizzazione cognitiva. certo, ho impiegato del tempo, ma l'importante era arrivarci.

tutta quest'ironia, insomma, l'ho manifestata una di queste mattine. ve l'ho detto: da tempo dormo poco; meglio, dormo male. il mio ritmo veglia/sonno, per dirla con un eufemismo, fa le bizze, tanto che l'ho rinominato "circo adiano". come in ogni buon circo che si rispetti ci sono acrobati e trampolieri, tigri ed elefanti, clown e pagliacci; e ognuno fa quel che gli pare, col risultato che per un intero periodo sono andato a letto alle sei del pomeriggio svegliandomi alle quattro del mattino successivo.

insomma, una di queste mattine - (one of these morning, sembra l'attacco di un blues) era presto, e s'avvicinava minaccioso il rintocco delle sette e mezza, ed ero già sveglio da un po' - ho anticipato la campana mettendo nel lettore "if i were a bell", suonata dal quintetto di miles davis e contenuta in quel classico dei classici che è "relaxin' with the miles davis quintet". non la ascoltavo da tempo. meraviglia.

come sapete, il materiale per quel disco fu inciso tutto in un giorno, il 26 ottobre 1956, durante il quale, in verità, miles e i suoi (john coltrane, paul chambers, philly joe jones e red garland) incisero dodici brani, sei dei quali finirono su "relaxin'" (e gli altri? chi indovina vince premi e cotillons). l'undici maggio precedente, il gruppo ne aveva incisi altri quattordici completatando l'onere contrattuale con la prestige, prima di passare (ufficialmente; ufficiosamente avevano già iniziato a registrare) alla columbia. in tutto ventisei pezzi, tutti tranne uno incisi alla prima take.

già il tema, come spesso in quel periodo del quintetto, è un gioiello di perfezione, di relax, di swing. a partire da come miles stacca il tempo (con lo schioccare delle dita) e la precisione con la quale gli altri musicisti si impossessano della scansione e la incorporano nell'esecuzione. (avete fatto caso alla differenza tra il rock e il jazz? nel rock, il tempo viene staccato molto più bruscamente, e senza troppi fronzoli: il tempo binario costruisce la sua solidità prendendo terra; nel jazz, invece, il leader impiega due, o quattro, come miles in questo caso, a volte otto misure a vuoto per indicare il tempo ai compagni: serve a dar loro il tempo di acclimatarsi, di sincronizzare il respiro, i battiti). la spinta viene catturata da red garland, il pianista, per il primo tocco di classe: le campane del big ben, il cui disegno è tratto dal motivo di "i know that my redeeeer liveth", un'aria di george frideric handel. siamo in tema di campane, e non c'è citazione più gustosa.

l'esposizione procede con la olimpica genialità di quel gruppo: ogni singolo secondo contiene un gioiello di interplay, di spettacolari automatismi, di improvvise soluzioni: quelle cose, insomma, che fanno gridare al miracolo. eccolo, il tema di if i were a bell. 32 misure, abac. (nei soli la forma cambia leggermente).


la rete di suoni e condotte che si stabilisce tra i quattro (coltrane non suona il tema) è incredibile; ancor più lo è il modo in cui i musicisti della sezione ritmica reagiscono l'uno agli stimoli dell'altro; se la reazione fosse in tempo reale avvertiremmo un piccolo scarto, seppur microscopico; invece nulla: come se ciascuno sapesse cosa l'altro stesse per fare.

in questo fiorire di meraviglie, una in particolare è appassionante: intanto, perché l'idea è perfetta, per collocazione, esecuzione, economia e semplicità; poi, perché sembra un piccolo chiodo fisso di red garland, il campanaro. alla fine della sezione b, quanto il tema ripiega sulla a, garland suona una nota, una sola nota: una nota singola, che ha la leggerezza di una piccola campana in lontananza. se vi è sfuggita, eccola:


sentito? garland approfitta del vuoto per appoggiare questo do scampanellante (sono due, in realtà, a distanza di un'ottava), morbidissimo, lontano. un'idea bella, chiara, perfettamente leggibile.

tanto chiara e leggibile che al nostro red garland doveva essere piaciuta molto. la ripete almeno due volte. la prima alla fine del solo di miles:


la seconda prima della riesposizione finale del tema:


quest'ultima ha una potenza ancora maggiore. le altre erano piazzate sul secondo quarto della battuta: questa, invece, cade sul levare del quarto movimento, dando al flusso musicale una spinta dinamica formidabile.
note singole, scampananti, come brillanti gemme sonore che emergono dalla nebbia. non ci crederete, ma garland ne infila altre due nella riesposizione finale del tema. (procuratevi il disco, e provate a rintracciarle).

quello stesso giorno, però, a garland l'idea gli stava scavando un piccolo solco nel cervello, come un tarlo che lo costringeva a riempire lo spazio con gesti sparuti, suoni isolati, rintocchi pudichi. lo fa anche in "oleo", brano sul quale sto scrivendo un saggio che prima o poi finirò.

in quel particolare giorno della sua vita, dunque, red garland suonava e sentiva campane dappertutto. chissà se pure lui viveva sotto una torre campanaria...

venerdì 18 luglio 2008

sedia (cadere dalla)

giorni fa mi arriva il solito pacchetto di cd dagli states. avevo comprato materiale d'archivio, sostanzialmente, più qualche sfizio. uno di questi è un disco della cantante brasiliana ithamara koorax: da noi non molto famosa, ma non priva di fascino e, quando non esagerano in cabina di regia col riverbero, di suggestiva grana vocale. metto il cd e - come sempre faccio, non solo per diporto, ma anche quando devo recensire - non leggo nulla (brani, relativi autori, musicisti): mi aiuta a concentrarmi sulla musica. mentre faccio altro (non devo recensirlo!) mi arriva questo (è la seconda, e ultima, esposizione del tema):


quasi cado dalla sedia. è meraviglioso, e lei ha un vibrato estremamente rapinoso. però mi ricorda qualcosa. prendo il booklet e leggo che questa "i loved you", il cui testo è ricavato da una poesia di puskin, è stata scritta da claus ogerman. mi dò il classico schiaffo sulla fronte. ecco perché mi ricordava qualcosa. vado allo scaffale, cerco ogerman (ci metto un po', quei normali tre quarti d'ora: tengo i dischi, e i libri, in ordine rigorosamente sparso...) e trovo l'antologia "a man and his music". ecco la versione suonata dal compositore medesimo (la voce è di marilyn schmiege):


però c'è ancora qualcosa che mi sfugge. il brano è il medesimo, ma l'arrangiamento assolutamente no. e io quell'arrangiamento per piano e voce, con gli accordi scanditi come quadri di un'esposizione, li ho già sentiti. poi ci arrivo. ascoltate:


è barbra streisand, una delle più belle voci femminili del secolo (scorso). incise questa versione (su cui quella della koorax è ricalcata) in un disco bruttarello intitolato "classic barbra".

a volte, basta poco per cadere dalla sedia.

giovedì 17 luglio 2008

muppets

ve la devo raccontare. accade al tempo della preparazione di "the blues brothers". 1979. giorno più giorno meno.

Belushi e Akroyd avevano già iniziato a proporre la loro geniale reinterpretazione dei due bluesmen nel celeberrimo show televisivo Saturday Night Live e, pensando con Landis alla trasposizione sul grande schermo, contattarono James Brown, Aretha Franklin, Ray Charles e gli altri. Fu a quel punto che venne loro in mente John Lee Hooker, il quale, all’epoca, si esibiva al Lone Star, un club di New York del quale Belushi conosceva il proprietario, Mort Cooperman. Fu proprio Cooperman a portare la star televisiva nel retropalco e a presentargli Hooker, che non riconobbe affatto Belushi. Cooperman disse: “Sai, lui è una celebrità televisiva”. Hooker, allora, abbassò gli occhiali scuri, squadrò Belushi e gli fece: “Ma chi sei, uno dei Muppets?”.

il futuro


in un suo post di qualche tempo fa, il grande howard mandel esordiva dicendo: ho ascoltato il futuro nella forma del trombettista igmar thomas & the cypher con l'mc raydar ellis.

più modestamente, l'altra sera, a perugia, io ho ascoltato il congiuntivo (futuro mi pare troppo impegnativo) nella forma del pianista del gruppo di cassandra wilson. si chiama jonathan batiste, ha 22 anni, e tra due-tre anni ho come la sensazione che non vedrà più nessuno. un fenomeno.

martedì 15 luglio 2008

assente


vi (e mi) devo delle scuse: latitano nuovi post e il blog langue. mi dispiace. la colpa, naturalmente, è delle cavallette (per citare jake e elwood), e di un altro paio di cose che sto facendo in questi giorni (settimane, mesi). un po' di pazienza, e si ricomincerà a pieno regime (e non mi riferisco al governo, malpensanti!).

intanto: finito "bad chili" (ci vuole poco: se si è presi, lo divorate) ho approfittato della simpatica iniziativa dell'einaudi - il 30% di sconto sulla collana stile libero - per completare la serie che lansdale ha dedicato a hap e leonard. temo che li divorerò nei prossimi giorni. nel frattempo, ho letto "reati capitali", di joseph finder, un legal thriller la cui orribile copertina mi guardava minacciosa dal 2005 (scrivo sempre sui libri dove e quando li ho comprati). niente di che, va detto, nonostante la rece del kirkus review parlasse di un finale sconcertante: come andrà a finire - se nella vita si sono letti tre libri del genere - lo si capisce a metà, ma forse i ragazzi di kirkus amano lasciarsi stupire, e hanno conservato la giusta ingenuità rispetto alle cose della vita e del legal thriller. beati loro.

giovedì 10 luglio 2008

disclaimer

come avrete visto, in fondo alla colonna di destra ho inserito un disclaimer, in base al quale mi impegno a pubblicare sul blog spezzoni, o riassunti, di immagini e musiche per fini educativi, di critica, commento, confronto.

le notizie - buone o cattive? dipende - sono che a breve, grazie alle dritte di roberto, sarò in grado di postare musica, e chiacchierarne insieme. e che, sebbene sia passata sostanzialmente sotto silenzio, la modifica dell'articolo 70 della legge sul diritto d'autore (che, come molti non sanno, risale al 1941, legge 633), avvicina - con ancora troppe incertezze -, la disciplina del diritto d'autore relativamente a internet a quella dei paesi civilizzati. la modifica di cui sopra, approvata prima del natale precedente, è solo un primo passo. nei cassetti del ministero giace una interessante bozza di revisione della legge 633, la cosiddetta bozza gambino, che è scaricabile dal sito della camera. il nuovo governo, e il nuovo ministro, non mi pare abbiano prospettato modifiche o interventi, per cui andremo avanti così ancora per un po'.

di grottesco, converrete, c'è la pruriginosissima idea della qualità di riproduzione: bassa, o degenerata (il testo dice: degradata, che è addirittura peggio). io mi limiterò a postare brevi estratti, un minuto, poco più, ma di buona qualità.

ne sentiremo delle belle.

tortura e copyright (2)

se voi foste david gray (un cantante, non lo conosco) e vi dicessero che un vostro pezzo, "babylon", è tra i più usati per piegare la resistenza di presunti pericolosi terroristi internazionali in un carcere di massima sicurezza adibito a sala torture, come la prendereste?

il povero non l'ha presa bene, almeno secondo quanto ha dichiarato alla bbc.

tortura e copyright (1)

parleremo molto di diritto d'autore, nei prossimi post. ma la notizia del giorno è che un influente esperto e studioso di simili questioni ha sollevato il dubbio che le forze armate americane debbano pagare le royalties agli artisti dei quali utilizzano le composizioni per spararle a tutto volume nei padiglioni auricolari dei detenuti, a scopo di tortura.

la notizia, riportata dal guardian - come al solito: uno dei quotidiani più puntuali e interessanti del globo - prende le mosse dal post pubblicato sul suo blog da howard knopf.

verrebbe da farlo, ma c'è veramente poco da ridere.

hap e leonard


prometteva benissimo, e molto ha mantenuto, "quelli che restano", di hugues pagan. per sciacquarmi di dosso il fumo delle sigarette e quella certa disillusione esistenziale, e tutto, tutto il dolore di vite deragliate, mi affido ad hap collins e leonard pine, la coppia di detective creata da joe r. lansdale.

avevo letto "il mambo degli orsi", spettacolare, poi li ho persi un po' di vista. ieri notte il gran ritorno, e le prime cinquanta pagine di "bad chili" sono tra le più divertenti, comiche, politicamente scorrette e irresistibili che abbia mai letto. anche questo promette che meglio non si può.

mercoledì 9 luglio 2008

douglas



daniele e chiara, da londra, mi hanno mandato via cellulare quest'immagine. è la tomba di douglas adams, uno dei miei scrittori preferiti. di lui ho sempre - dico: sempre - un libro sul comodino, "il salmone del dubbio", che ne raccoglie, oltre all'ultima versione, incompleta, dell'ultima avventura di dirk gently, scritti vari ed eventuali, frammenti di riflessioni, idee, visioni.

douglas adams è morto nel 2001. aveva quarantanove anni, ma già da molto non scriveva quasi più. gli costava fatica scrivere romanzi, diceva. era l'unico scrittore al mondo cui scrivere non piaceva più. era diventato il più grande esperto planetario di scadenze impossibili.

questo blog è nato pensando a douglas adams, al sibilo delle scadenze che ti passano accanto, alla fatica di scrivere.

rip.

sabato 5 luglio 2008

fulminante


"secondo la leggenda, lester young, giunto al termine dell'esistenza, parlava solo con i morti. si era inventato un linguaggio tutto suo - o tutto loro... e alla fine aveva capito tutto, anche le cose più sgradevoli, quelle che uno preferirebbe non avere mai saputo. la leggenda aggiunge che, un bel giorno, colui che i suoi pari riconoscevano come il più grande sax tenore della sua generazione, colui che tutti chiamavano 'presidente', se ne andò solo soletto, senza lasciare nulla alle sue spalle, a parte qualche frase pudica e tenera, dal contenuto tragico e dall'ammirevole perspicacia disillusa, da cui traspariva, a stare attenti, la splendida e pacata amarezza che è la tremenda prerogativa di coloro che, fin dall'inizio, hanno capito che non ne avrebbero fatta molta, di strada..."


è l'incipit fulminante di "quelli che restano", di hugues pagan, un noir pubblicato da meridiano zero. ne ho trovata una copia, ieri, con la vecchia copertina, in puro stile blue note. promette bene. benissimo.

giovedì 3 luglio 2008

l'arpa in cantina

ieri stavo rivedendo alcune sequenze di "the blues brothers", la geniale pellicola di john landis che racconta le gesta dei fratelli jake e elwood blues. durante la conversazione in orfanotrofio con curtis (cab calloway), elwood ricorda di quando lo stesso curtis gli cantava le canzoni di elmore james e suonava l'arpa in cantina.

l'arpa in cantina? strano, no? e, infatti, è un formidabile svarione del traduttore: harp, naturalmente, significa arpa, ma nel gergo del blues armonica a bocca. la frase originale, peraltro, non si prestava a essere fraintesa: "singing elmore james tunes and blowing the harp for us down there".

come si fa a soffiare in un'arpa?

domenica 29 giugno 2008

tortura metallica

un bell'articolo sul guardian di qualche giorno fa illustra i metodi di tortura attraverso la musica che vengono normalmente utilizzati a guantanamo.

istruttivo.

venerdì 27 giugno 2008

kennedy

secondo quanto riportato da un quotidiano australiano il 2007 è stato un anno orribile per le vendite di cd nel mondo, mai così basse dal lontano 1985. (l'articolo è qui)

la causa principale di tale disastro, secondo john kennedy (che non è quel kennedy, of course, ma uno dei capi della ifpi), è la copia illegale dei dischi, la pirateria, il peer to peer. ed è comprensibile.

ma, allo stesso tempo, possibile che kennedy e compagni non capiscano che i cd costano troppo, che spesso le grandi case discografiche (che ormai sono tre e controllano quasi tutto il mercato mondiale) fanno investimenti sbagliati e scelte artistiche scellerate, sciagurate e dilettantistiche, sperperando miliardi per la promozione di prodotti invendibili? che da anni la qualità media della musica cosiddetta commerciale si è attestata a un livello infimo?

la pirateria e il download illegale - che vanno combattuti e ostacolati - non possono essere l'unica spiegazione. troppo comodo, mr. kennedy.

mercoledì 25 giugno 2008

vergogna


stamattina ho finito "vergogna", del premio nobel 2003 j.m. coetzee. romanzo durissimo, profondo, fatto di una materia scabrosa, nervosissima. lo scrittore, la cui prosa asciutta,addirittura prosciugata, nasconde una tecnica raffinata (ben resa dalla traduzione), scava sottopelle, alla radice delle emozioni, lì dove puoi vederle nascere. ti resta tra le mani, dopo averlo finito.

pacchi


ieri mi sono arrivati due pacchi. in uno l'ultimo cd di django bates - uno dei miei musicisti preferiti -, nell'altro il "dizionario del jazz" di carles, clergeat e comolli nella nuova traduzione/edizione della mondadori.

il disco di django è un capolavoro assoluto: ricco, ricchissimo, addirittura dispersivo: con le idee e le trovate che ci sono in questo lavoro un musicista normale ci camperebbe di rendita. potete ordinarlo, come ho fatto io, direttamente dal sito del geniale artista inglese, il quale dice: perché dare dei soldi a un negoziante quando il musicista quei soldi saprebbe molto meglio come spenderli? impossibile dargli torto. con poco più di venti euro passa la paura.

va da sé che mentre ascolto il cd di bates, ridacchiando come un beota, prendo il dizionario del jazz e cerco la voce relativa al jazzista inglese. non c'è. guardo meglio (con l'ordine alfabetico ho sempre avuto qualche problemino): nulla. non c'è.

è, naturalmente, giochino ozioso giudicare un dizionario sulle assenze, su quello che non c'è: bisognerebbe capire cosa c'è e com'è stato trattato. sta di fatto che, a primo acchito, quello che salta agli occhi è un vuoto grosso come una casa: non foss'altro perché, in un dizionario di jazz compilato da europei, manca uno dei vincitori del jazz par, il più prestigioso riconoscimento jazzistico del vecchio continente.

la rece dell'opera la troverete su jazzit di settembre. il che vuol dire che ne riparliamo.

in verità, manca anche la scheda su brad mehldau. urca.

bossa


si celebrano quest'anno, lo sapete, i cinquant'anni della bossa nova, la cui nascita si fa risalire all'agosto del '58, quando joao gilberto accompagnò con la sua chitarra elizabeth cardoso nella prima incisione di "chega de saudade", scritta da tom jobim e vinicius de moraes.

a new york i festeggiamenti sono iniziati con un concerto di gilberto alla carnegie hall. su repubblica di ieri una breve recensione, che conteneva anche questo passaggio sulle origini della bossa: "(...) uno stile che marcò la nascita di un nuovo ritmo musicale in grado di fondere il jazz col samba enfatizzando il legame fra la voce e la chitarra attraverso l'uso del microfono per rendere il suono più intimo, anziché amplificarlo".

a parte il fatto che una virgola, anche messa a casaccio, avrebbe giovato, non capisco il senso, visto che l'uso del microfono serve, appunto, ad amplificare, e non il contrario. se voi avete capito, spiegatemelo.

invece, se volete sapere tutto sulla bossa nova c'è - in italiano, strano a dirsi - un libro formidabile: "chega de saudade", scritto da ruy castro e tradotto e pubblicato da angelica, una piccola casa editrice sarda. costa venti euro e sono davvero ben spesi. potete ordinarlo direttamente all'editore, qui

martedì 24 giugno 2008

lacuna

finito il libro di jonathan lethem. eccellente. e scombiccherato. ma il ragazzo ha una sensibilità narrativa di prim'ordine, anche quando racconta - e questo è il caso - mondi e universi paralleli. la storia d'amore a tre tra un lui, una lei e un campo magnetico sconosciuto (cui viene dato il nome di lacuna) è piena di verve, trovate, teorie scientifiche interessanti. passa molto in sottofondo la satira sulla vita del college: mi sembra piuttosto che lethem abbia nel mirino ben altro. e se proprio vi va di leggere di professori universitari messi alla berlina, allora niente di meglio del vecchio buon david lodge.

ben ritrovati.

mercoledì 18 giugno 2008

un ipod per riccardo muti

il direttore d'orchestra riccardo muti, da poco a capo della chicago symphony orchestra, è stato presentato ufficialmente ai media nel corso di un'affollatissima conferenza stampa (ne dà un ampio resoconto il chicago tribune qui)

autodefinitosi una persona semplice, un contadino del sud italia, il maestro ha dichiarato di non possedere un ipod e che fino al giorno prima pensava che ipod fosse il nome di un cavallo da corsa.

bah.

ciao cyd

non è un bel periodo, evidentemente. è di pochi minuti fa la notizia della morte di cyd charisse. l'attrice e ballerina aveva 86 anni. forse, per molti di voi non rappresentava nulla: io da bambino ero follemente innamorato di lei. aveva ballato in "singing in the rain", ma a me vi aveva irreparabilmente steso in "spettacolo di varietà" (the band wagon), con fred astaire.

un bacio, dancin' in the dark.

cinema senza critici

della questione se ne parlava da tempo, ma un articolo del sun di new york analizza il fenomeno: dal 2006 più di trenta critici cinematografici hanno abbandonato, o perso, il loro posto di lavoro nei grandi organi di stampa americani. tre settimane fa l'ultimo, per il momento, atto di questa dolorosa diaspora: i celebri critici stephen hunter e desson thompson hanno accettato una buonuscita dal washington post per lasciare il loro posto a tempo pieno.

molti registi ora si chiedono: come sarà un mondo in cui non si pubblicano più recensioni di film?

per fortuna, in italia, e nel mio settore, non si corre questo rischio: la critica musicale sui quotidiani non esiste più da almeno vent'anni.

la bolla

mentre nel paese si tira un sospiro di sollievo per le sorti della nazionale di calcio, va in archivio "tuff e la sua banda". romanzo di formazione, sebbene politicamente scorrettissimo, racconta l'avventura di winston foshay, un enorme giovane nero di east harlem il quale, con l'aiuto di una teppa di delinquentelli (i suoi amici: fariq lo storpio, whitey, armello), sua moglie yolanda, un'attempata e rivoluzionaria giapponese, la signora nomura, suo padre clifford (ex pantera nera e ora poeta e intellettuale), e un rabbino nero di nome spencer throckmorton si presenta alle elezioni del consiglio comunale. paul beatty descrive con penna corrosiva i problemi di una grande metropoli come new york, passa al vaglio della sua analisi lucidissima i problemi sociali e razziali dei quartieri neri, getta uno sguardo disincantato, e purtroppo pessimista, sulla possibilità di un cambiamento. lo fa, però, con umorismo debordante, e una vena narrativa di gran classe. è un libro che richiede necessariamente due cose: una conoscenza della cultura africano-americana degli ultimi cinquanta anni (altrimenti si ride poco) e una buona dose di rimpianto: come ho già scritto, la traduzione, seppur buona, non può molto nel tentativo di rendere i ritmi sincopati dello slang di spanish harlem.

ho attaccato, allora, "oggetto amoroso non identificato", terzo romanzo di jonathan lethem (tropea). le prime pagine promettono assai bene, con l'esperimento dell'eminente fisico teorico, prof soft, impegnato a costruire una geometria della bolla che includa la simmetria sferica in un universo di farhi-guth.

vi dirò, as always.

lunedì 16 giugno 2008

è morto esbjorn svensson

la tragica notizia è arrivata in redazione stamattina. il pianista svedese è deceduto sabato scorso mentre faceva un'immersione. per ora lo ricordiamo così.


l'osso del ciclone

una delle tante buone ragioni per stare lontano dai luoghi comuni - quando si scrive, ma anche quando si parla - è che spesso si tende a fare confusione, col risultato di produrre effetti assai comici .

gli sportivi, che spesso parlano solo per frasi fatte, ne fanno le spese (altra frase fatta). sentito stasera un calciatore della nazionale italiana dire: "siamo sotto l'occhio del ciclone". sotto?

ma la più bella l'ho sentita un po' di tempo fa su un'emittente locale umbra; l'intervistatore chiede all'allenatore un giudizio sulla prossima partita di campionato e, anticipandone la difficoltà, dice: "sarà senz'altro un brutto osso da pelare".

genio.

sabato 14 giugno 2008

blog therapy (2)

mi piace che il post sulla blog therapy abbia sortito un paio di effetti interessanti. tre lunghi commenti, innanzitutto, che - anche metatestualmente (se mi passate l'orribile tecnicismo)- alludono alla scrittura. e che provengano da amici/colleghi non fa che rendere ancor più interessante il sottotesto.

l'altro aspetto è che internet non è così sconfinata e grande come sembra. in fondo, ci si trova con la stessa facilità con la quale ci si vede al caffè in piazza la domenica, compreso il vestito buono.

e allora, per celebrare la magia della scrittura, un paio frammenti firmati giuseppe pontiggia, tratti dal suo "prima persona", mondadori.

<< sinonimi e gemelli - non ho mai creduto alla esistenza dei sinonimi, né alla uguaglianza dei gemelli. è apparente, anche nei monozigoti. ci sarà all'origine, ma noi li conosciamo dopo nove mesi e la convivenza ha già provveduto ad allontanarli.
tra abitazione, casa, domicilio, dimora, appartamento, residenza ci sono differenze significative non solo di reddito, ma di educazione, di ambiente, di cultura. solo una mente rozza può pensare siano uguali.

a proposito, se scrivendo chiedete a una persona di passaggio quale tra due parole preferisce e lei risponde "è lo stesso", cancellatela per l'eternità dall'albo dei lettori, nonché, a maggior ragione, degli scrittori. le manca una capacità essenziale, quella di percepire nelle parole non solo i suoni, ma gli ultrasuoni, come i cani da caccia che rispondono a richiami apparentemente silenziosi. >>

venerdì 13 giugno 2008

tuff

procede a fatica - e non perché sia un brutto libro, tutt'altro - la lettura di "tuff e la sua banda". è ancora lì, sul comodino, con il segnalibro più o meno a metà. in verità, è un libro dannatamente buono: intrigante, comico, puntuto e saettante nella lettura dei tic della cultura newyorkese, e di quelli della cultura africanoamericana (verso i quali l'autore, africanoamericano, non è certo tenero).

direte: e qual è il problema? il problema è che - nonostante abbia sputato sangue e fatto un buon lavoro, nei limiti del possibile - la traduttrice, stefania bertòla, non ha potuto rendere l'allucinata, ritmata, speziata, strascicata cadenza ritmica di un nero di harlem e della sua gente. quello che si perde, pur senza aver letto l'originale, fa come da sottofondo alle avventure esilaranti di tuff, yolanda, la signora nimura (una sessantenne che però, nel risvolto di copertina viene definita "una ragazza"), e gli altri delinquentelli della teppa.

fa da sottofondo, certo, ma è sempre qualcosa che si è perso.

un critico criticabile

la notizia è sfiziosa: ramiro burr, conosciuto e stimato critico musicale del san antonio express-news ha rassegnato le dimissioni dopo essere stato accusato di aver usato un ghost writer (tale douglas shannon) per almeno cento articoli: shannon scriveva, cioè, e burr firmava.

tutta la storia qui.

giovedì 12 giugno 2008

la forza del destino

è appena uscito in inghilterra un libro sulla storia d'italia (christopher duggan,the force of destiny, a history of Italy since 1796, 653pp. Allen Lane. £30). un a recensione la trovate qui, sul sito del times literary supplement.

è sempre interessante e istruttivo capire come ci vedono gli altri. anche leggerissimamente deprimente.

mineo

strage s.f.: 1. uccisione violenta di numerose persone insieme; 2. alta mortalità di persone o animali causata da epidemie, calamità naturali e sim.; 5. mucchio di cadaveri (dizionario paravia, a cura di tullio de mauro).

mercoledì 11 giugno 2008

blog-therapy

dice: beato te che leggi così tanto. beato? non direi. per leggere narrativa sottraggo tempo a tutto: al sonno, agli amici, agli affetti, alla micia. a volte – fin troppo spesso – anche al lavoro. ma ci sono periodi, come questo, in cui è come se si scatenasse una specie di bulimia di lettura: mi pare di sentire un morso allo stomaco, le farfalle negli occhi; se non leggo mi intristisco, mi affievolisco.

di solito, leggo molto quando devo scrivere molto. sebbene la scrittura narrativa non abbia moltissimi punti di contatto con quella argomentativa (ovvero quella che pratico professionalmente: sono un critico musicale) è come se avessi bisogno di stimoli diversi: per tutto il giorno studio saggi articolati e ferrei, e alla sera il mio corpo richiede la brillantezza dello stile, l’invenzione lessicale, l’aggettivo spiazzante, la costruzione equilibrista, il periodo sorprendente, la punteggiatura ellittica.

capita, quindi, che quando non devo scrivere molto, o quando non sento – come diceva douglas adams, uno dei miei scrittori preferiti – il sibilo delle scadenze lambirmi, legga molto meno. capita anche che, in periodi come questi, nonostante tutto, l’esercizio della scrittura mi sia piuttosto faticoso; quindi leggo molto, scrivo poco, studio molto, e covo una strisciante e lugubre insoddisfazione.

il blog nasce proprio da una triplice esigenza. la prima è quella di fare un esercizio che raccomando da sempre ai miei studenti, ma che personalmente non faccio mai: scrivere tutti i giorni; e tutti i giorni significa tutti i giorni (michael connolly mi ha detto che addirittura si potrebbero scrivere cose senza senso). anche se non si ha nulla da dire o da scrivere, solo per attivare l’interfaccia delle mani sulla tastiera del pc e lo sguardo sul monitor. scrivere è un’attività maledettamente fisica, non così diversa dal suonare uno strumento musicale (dice: ma non parli mai di musica? certo che sì; tra un po’), o dal fare allenamento fisico. la continuità dell’esercizio, la perseverazione dello sforzo sono elementi decisivi: servono a diminuire la distanza tra noi e le nostre idee, o meglio: tra le nostre idee e la loro rappresentazione visiva, la loro messa in bella.

questa è la seconda esigenza, il secondo livello terapeutico. consiglio sempre ai miei studenti (oltre a insegnare storia della musica in un paio di università, ho tenuto e tengo, da anni, corsi di scrittura giornalistica applicata alla musica) di, da un lato, pensare velocemente, e altrettanto velocemente fissare su carta i pensieri veloci; dall’altro, di esercitare la parte sintetica, esatta, precisa del nostro cervello scrivente. Non conosco esercizi specifici, se non lo sfruttamento della tecnologia che usiamo tutti i giorni; gli sms, ad esempio, sono una risorsa eccellente: in centosessanta caratteri, obiettivamente pochi, seppur con qualche sforzo siamo in grado di concentrare una grande quantità di informazione, o di idee, o di emozioni. Chattare, invece, ci fa lavorare sulla velocità di elaborazione, sui tempi di reazione, sull’esplosività del pensiero.
Scrivere un blog, allora, racchiude sia l’esigenza della velocità (non si può dedicare troppo tempo alla scrittura di un blog: bisogna lavorare…) che quella della sintesi: i post troppo lunghi, come tutti i testi lunghi sul monitor, si leggono con estrema difficoltà, e alla lunga annoiano. e poi rende misurabile la distanza tra quello che si pensa e quello che si riesce a scrivere. naturalmente, più è breve, meglio è.

la terza esigenza è doppia; la prima facciata – il lato a – è nella possibilità di parlare e scrivere d’altro da quello di cui normalmente ci si occupa. scrivere di letteratura, ad esempio, o di attualità, o cinema, o politica. il lato b è la possibilità – altro esercizio che suggerisco sempre – di trascrivere interi passaggi che amiamo particolarmente. allo stesso modo dei musicisti, che - come si dice in gergo – tirano giù nota per nota gli assoli celebri dei grandi del loro strumento, per chi scrive è di grande utilità trascrivere periodi, frasi, interi passaggi tratti da romanzi che ci piacciono: è un ottimo sistema per entrare più in profondità nel respiro della frase, nel ritmo della costruzione, per ricordare un aggettivo o una soluzione lessicale.

infine, il blog costringe a comunicare. è per questo che, alla fine, diventa un appuntamento irrinunciabile durante la giornata. ed è per questo che, a volte, mi chiedo se sono io a tenere il blog, o il blog a tenere me.

domenica 8 giugno 2008

hogan


alla fine, il gialletto si è rivelato un bel noir non privo di tensione drammatica e approfondimento (di taglio hollywoodiano) dei personaggi. e, si apprende da internet, dal romanzo verrà tratto un film.

apprendiamo anche, sempre da internet, che l'autore, chuck hogan, dopo aver scritto i primi due libri, tradotti più o meno in mezzo mondo, ha deciso di lasciare il suo impiego di commesso in un negozio di dvd. chissà perché.

saltando da un genere all'altro - e dovendo riassortire il comodino - ieri sera ho attaccato "tuff e la sua banda", di paul beatty, uno degli autori di punta della nouvelle vague letteraria africanoamericana. le prime trenta pagine sono eccellenti.

sul comodino, intanto, si sono impilati: "i nomi", di don delillo (einaudi); "oggetto amoroso non identificato", di jonathan lethem (tropea) e "vergogna", del nobel coetzee.

vi dirò, as always.

sabato 7 giugno 2008

giornali

uno sguardo veloce alla mazzetta dei quotidiani di oggi. certo, leggerli di sera tardi non ha senso granché, ma qualche riflessioncella viene comunque stimolata.

l'avrete capito, oggi è il grande giorno: iniziano gli europei di calcio, ovvero enormi indigestioni di pallone e di chiacchiere da bar, oltre all'inevitabile, fantozziano rutto libero davanti alla tv. i quotidiani italiani non si sono certo sottratti all'arduo compito di celebrare l'avvenimento. repubblica, nelle pagine sportive, dà ampio risalto alle cronache dai ritiri, e poi spara un'intera pagina su qual è il calciatore più attraente tra quelli impegnati in svizzera e austria (sì, i campionati europei si giocano in due stati diversi), con tanto di foto. avvincente.
la stampa, invece, sembra fare le cose più sul serio: addirittura un inserto speciale, con tutte le formazioni, le tattiche, belle fotografie, servizi sulle città che ospitano le partire. e, naturalmente, una pagina sui calciatori più belli e attraenti. avvincente.

ma la vera notizia (che volete, ci si deve accontentare) è che non si sa a chi donadoni, il ct della nostra nazionale, affiderà la fascia di capitano. repubblica titola: "capitano, mio capitano mistero sciolto: buffon. toccava a del piero ma nessuna polemica". la stampa, invece, ribatte: "alex mio capitano. del piero preferito a buffon anche se parte dalla panchina". apperò. due tra i più prestigiosi quotidiani italiani danno due versioni completamente contrastanti della stessa notizia. una brutta pagina di giornalismo, è proprio il caso di dirlo.

le belle pagine, invece, hanno a che fare con report, la trasmissione di rai3 condotta da milena gabanelli, uno dei pochi esempi di seria inchiesta giornalistica. la notizia è che - dopo la puntata dedicata agi appalti edilizi nella capitale (qui trovate una trascrizione della puntata, qui, invece, il video completo) - l'ex assessore all'urbanistica del comune di roma, roberto morassut, ha annunciato ieri, nel corso di una conferenza stampa, di aver querelato report, accusandone, in una memoria di mille pagine, i presunti falsi. vedremo come va a finire.

ancora da repubblica la notizia che il nostro ministro della cultura, sandro bondi... (scusate, ehm, suonano alla porta, al frigorifero, lo scaldabagno si è messo a cantare... torno subito, solo un attimo).........................................
dicevo, sandro bondi, il nostro ministro della cultura, ha chiesto all'alitalia di fare qualcosa per risolvere un suo problema: la paura di volare, che gli impedisce anche solo di pensare di mettere un piede su un aereo. questo, va da sé, vuol dire che ogni volta l'onorevole bondi ha parlato dei servizi e disservizi dell'alitalia, la compagnia di bandiera, lo ha fatto senza mai aver sperimentato di persona. naturale: pensate che un politico abbia mai provato a farsi un viaggetto sui treni pendolari?

taglio corto (anche per evitare la deriva qualunquistico-demagogica), e dunque tanti auguri agli amici e colleghi del manifesto che venerdì hanno inaugurato una nuova fase del giornale: cambio di formato, riorganizzazione grafica degli interni, un giornale quindi più leggibile e ordinato, mantenendo però inalterata la tensione ideale e politica. non ho però ancora capito se mi piace la foto a colori in prima pagina. ve lo dirò tra qualche giorno.

ladri gentiluomini e filosofi (o viceversa)



per ammazzare il sapore fortissimo del libro di chabon (è come prendere una grappa dopo il caffè) ho attaccato "il principe dei ladri", un gialletto di chuck hogan, edito da piemme. l'idea è accattivante: uno svaligiatore professionista di banche si innamora della direttrice di una filiale che ha appena rapinato. l'fbi è sulle sue tracce, e su quelle della sua banda. sono a metà, poi vi dico. (quando leggo i gialli adotto un metodo di lettura piuttosto rapido, ai limiti dello scorretto, o del poco etico. vabbè).

in tema di ladri, mi viene in mente un libro fantastico, letto anni fa: "la gang del pensiero", opera seconda di tibor fischer, genialoide scrittore inglese, autore di "sotto il culo della rana", mondadori, "il collezionista", sempre mondadori, e altro che non ho letto. non sapevo nulla di fischer, ma la frase riportata in copertina mi colpì come un cazzotto: avere in mano una pistola è come essere dalla parte giusta in un dialogo socratico (l'edizione è negli elefanti garzanti), e mai cazzotto fu più centrato.

tutto ruota attorno alle avventure di eddie coffin, filosofo e ricercatore a cambridge in fuga dalla madre patria, e hubert, uno spiantato rapinatore da strapazzo che il filosofo conosce in francia; e c'è anche talete, un topo in gabbia. coffin decide di mettersi in società con hubert e avviare una carriera strepitosa di rapinatore-filosofo. il libro è irresistibile. apro a caso e vi cito qualche passaggio (dico sul serio, a caso: anche perché non mi ricordo i passaggi migliori):

la nostra tecnica per scegliere la banca che sarebbe stata il bersaglio della nostra prossima rapa-lampo consisteva nel guidare in giro finché non vedevamo una banca. hube ha insistito perché gli fornissi un'altra dose di filosofia in pillole prima del colpo, così dopo avergli dato qualche rapida istruzione abbiamo fatto un dialogo socratico.
"allora, hubert, cosa proponi di fare?".
"propongo che ci cerchiamo un laoro onesto".
"e quale sarebbe, hubert, il motivo della tua proposta?".
"guadagnare dei soldi".
"e credi sia possibile che tu, un disgraziato senza istruzione e specializzazione e io, un disgraziato senza specializzazione ma con un'eccessiva scolarizzazione, potremmo davvero ottenere un lavoro che comporti un compenso ragionevole o, addirittura, anche irragionevole?".
"ne dubito fortemente".
"e non sarebbe dunque più vantaggioso entrare in questa banca così vicina e privarla del suo lucro? giacché non è forse vero che il denaro è un ausilio indispensabile per ottenere il bene supremo, ovvero una vita contemplativa?".
"devo forse protestare di più?".
"No, no, basta così. andiamo ad applicare la zetetica".

la cosa stava già diventando un po' di routine. stavolta non ci siamo messi neanche a fare la fila, abbiamo fatto irruzione dentro e hubert ha annunciato come stavano le cose. uno dei clienti lo ha salutato.
"hubert! sono anni che non ci si vede. cosa combini di bello? scusa, ti sto forse mettendo in imbarazzo?".
si sono stretti la mano e hube si è messo a chiacchierare con lui mentre arraffava gli idlos che una cassiera giovane ed estremamente carina gli porgeva.
una volta tornati in macchina abbiamo valutato la nostra performance. "un minuto e ventisette secondi per fare il colpo e venti secondi per raccontare dieci anni della mia vita", ha riflettuto hubert a voce alta.


spettacolo.