
da tre anni, e ancora per poco, vivo praticamente sotto la torre campanaria del borgo. quando il campanile suona - e lo fa ogni mezzora, dalle sette e mezza del mattino alle otto e mezza di sera - se solo ne avessi, tremerebbero bicchieri e cristalliere. non è tanto il rimbombo delle due campane, che pure mi suonano a tre metri, in linea d'aria, dalla testa: se così fosse, dovrei svegliarmi ogni mattina al primo rintocco (sette e mezza), e non succede; ormai mi sono assuefatto,e volendo riesco anche a non sentirle. il guaio è il rumore sordo prodotto dal meccanismo che fa oscillare le campane: quello sì è piuttosto sinistro, e poco piacevole. alle campane ci si abitua; anche la micia l'ha fatto. forse.
ho cominciato, però, ad affrontare il problema dal giusto verso soltanto in questi ultimi mesi. ho, cioè, usato l'ironia. l'ironia (dal greco: ironiòs - direbbe la porta/guzzanti - che vuol dire: sàggèzzà) serve a disarmare una situazione pericolosa, a renderla innocua attraverso lo straniamento, la delocalizzazione cognitiva. certo, ho impiegato del tempo, ma l'importante era arrivarci.
tutta quest'ironia, insomma, l'ho manifestata una di queste mattine. ve l'ho detto: da tempo dormo poco; meglio, dormo male. il mio ritmo veglia/sonno, per dirla con un eufemismo, fa le bizze, tanto che l'ho rinominato "circo adiano". come in ogni buon circo che si rispetti ci sono acrobati e trampolieri, tigri ed elefanti, clown e pagliacci; e ognuno fa quel che gli pare, col risultato che per un intero periodo sono andato a letto alle sei del pomeriggio svegliandomi alle quattro del mattino successivo.
insomma, una di queste mattine - (one of these morning, sembra l'attacco di un blues) era presto, e s'avvicinava minaccioso il rintocco delle sette e mezza, ed ero già sveglio da un po' - ho anticipato la campana mettendo nel lettore "if i were a bell", suonata dal quintetto di miles davis e contenuta in quel classico dei classici che è "relaxin' with the miles davis quintet". non la ascoltavo da tempo. meraviglia.
come sapete, il materiale per quel disco fu inciso tutto in un giorno, il 26 ottobre 1956, durante il quale, in verità, miles e i suoi (john coltrane, paul chambers, philly joe jones e red garland) incisero dodici brani, sei dei quali finirono su "relaxin'" (e gli altri? chi indovina vince premi e cotillons). l'undici maggio precedente, il gruppo ne aveva incisi altri quattordici completatando l'onere contrattuale con la prestige, prima di passare (ufficialmente; ufficiosamente avevano già iniziato a registrare) alla columbia. in tutto ventisei pezzi, tutti tranne uno incisi alla prima take.
già il tema, come spesso in quel periodo del quintetto, è un gioiello di perfezione, di relax, di swing. a partire da come miles stacca il tempo (con lo schioccare delle dita) e la precisione con la quale gli altri musicisti si impossessano della scansione e la incorporano nell'esecuzione. (avete fatto caso alla differenza tra il rock e il jazz? nel rock, il tempo viene staccato molto più bruscamente, e senza troppi fronzoli: il tempo binario costruisce la sua solidità prendendo terra; nel jazz, invece, il leader impiega due, o quattro, come miles in questo caso, a volte otto misure a vuoto per indicare il tempo ai compagni: serve a dar loro il tempo di acclimatarsi, di sincronizzare il respiro, i battiti). la spinta viene catturata da red garland, il pianista, per il primo tocco di classe: le campane del big ben, il cui disegno è tratto dal motivo di "i know that my redeeeer liveth", un'aria di george frideric handel. siamo in tema di campane, e non c'è citazione più gustosa.
l'esposizione procede con la olimpica genialità di quel gruppo: ogni singolo secondo contiene un gioiello di interplay, di spettacolari automatismi, di improvvise soluzioni: quelle cose, insomma, che fanno gridare al miracolo. eccolo, il tema di if i were a bell. 32 misure, abac. (nei soli la forma cambia leggermente).
la rete di suoni e condotte che si stabilisce tra i quattro (coltrane non suona il tema) è incredibile; ancor più lo è il modo in cui i musicisti della sezione ritmica reagiscono l'uno agli stimoli dell'altro; se la reazione fosse in tempo reale avvertiremmo un piccolo scarto, seppur microscopico; invece nulla: come se ciascuno sapesse cosa l'altro stesse per fare.
in questo fiorire di meraviglie, una in particolare è appassionante: intanto, perché l'idea è perfetta, per collocazione, esecuzione, economia e semplicità; poi, perché sembra un piccolo chiodo fisso di red garland, il campanaro. alla fine della sezione b, quanto il tema ripiega sulla a, garland suona una nota, una sola nota: una nota singola, che ha la leggerezza di una piccola campana in lontananza. se vi è sfuggita, eccola:
sentito? garland approfitta del vuoto per appoggiare questo do scampanellante (sono due, in realtà, a distanza di un'ottava), morbidissimo, lontano. un'idea bella, chiara, perfettamente leggibile.
tanto chiara e leggibile che al nostro red garland doveva essere piaciuta molto. la ripete almeno due volte. la prima alla fine del solo di miles:
la seconda prima della riesposizione finale del tema:
quest'ultima ha una potenza ancora maggiore. le altre erano piazzate sul secondo quarto della battuta: questa, invece, cade sul levare del quarto movimento, dando al flusso musicale una spinta dinamica formidabile.
note singole, scampananti, come brillanti gemme sonore che emergono dalla nebbia. non ci crederete, ma garland ne infila altre due nella riesposizione finale del tema. (procuratevi il disco, e provate a rintracciarle).
quello stesso giorno, però, a garland l'idea gli stava scavando un piccolo solco nel cervello, come un tarlo che lo costringeva a riempire lo spazio con gesti sparuti, suoni isolati, rintocchi pudichi. lo fa anche in "oleo", brano sul quale sto scrivendo un saggio che prima o poi finirò.
in quel particolare giorno della sua vita, dunque, red garland suonava e sentiva campane dappertutto. chissà se pure lui viveva sotto una torre campanaria...














